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Contro il virus delle fake news, il vaccino dell’inclusione

Prendendo spunto dai drammatici fatti che hanno visto i sostenitori del Presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, assaltare il Campidoglio, luogo simbolo della democrazia americana, l’editoriale del direttore, p. Giacomo Costa SJ, si addentra nell’analisi del complesso intreccio costituito da fake-news, post-verità, complottismi e negazionismi. Un intreccio che vediamo ogni giorno in azione non solo nell’ambito della politica, ma anche della pandemia, dei vaccini, del 5G – per fare alcuni esempi – e che sembra poter arrivare a minacciare la coesione sociale, quando non lo stesso ordinamento democratico.

La chiave di comprensione del fenomeno resta la post-verità, da intendersi come «una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (politica e non solo), né costituire un criterio di riferimento». In questo senso, le fake news non sono una menzogna creduta vera per inganno o grazie alla fabbricazione di prove false, ma qualcosa di creduto a prescindere e persino a dispetto di qualsiasi verifica.

L’aggregarsi, poi, delle fake news in concrezioni sempre più articolate e complesse ne rafforza considerevolmente la pretesa di plausibilità, rendendole ancora più infalsificabili: qualunque dato o fatto che le smentisca potrà infatti essere ricondotto alle trame di non meglio identificati “poteri forti” o di qualche deep State. È la forma con cui nel nostro tempo prendono corpo le teorie del complotto e le narrazioni negazioniste.

Le teorie del complotto, così come in generale le narrazioni “alternative”, emergono quando gruppi sufficientemente numerosi non riescono a sentirsi rappresentati dalle narrazioni “ufficiali” e cercano quindi di costruirsi una storia che possa dare un senso all’imprevedibilità del mondo e in cui potersi affermare come attori. Riprendendo l’esempio americano, non è certo un mistero che lo “zoccolo duro” dell’elettorato trumpiano sia costituito da membri di gruppi sociali che si sentono perdenti o esclusi dalle narrazioni che si sono imposte dalla fine delle ideologie: la narrazione della globalizzazione come nuovo Eldorado, quella del progresso fondato su automazione e intelligenza artificiale e quella del politically correct per quanto riguarda le questioni etniche e di genere.

Emergono a questo punto due contraddizioni. La prima è che le teorie del complotto e cospirazioniste, che abitualmente si fondano sulla contrapposizione tra “popolo” ed “élite”, si presentano come critiche radicali a un sistema che tuttavia riesce spesso a strumentalizzarle a proprio vantaggio: Donald Trump, infatti, appartiene certamente più all’élite che al popolo.

La seconda riguarda, invece, l’ambiguità del rapporto tra new media e gruppi complottisti: se i social media sono la cassa di risonanza con cui si alimentano e si reclutano nuovi “adepti”, essi sono anche lo strumento più efficace con cui “il sistema” costruisce la cultura massificante da cui quei gruppi si sentono esclusi, essendo Internet e i media digitali icone delle grandi narrazioni dominanti della globalizzazione e del progresso tecnologico.

In conclusione, è chiaro che non ci troviamo di fronte a contese per affermare una verità, come quelle tra teorie scientifiche concorrenti, che si risolvono con la potenza delle prove e delle argomentazioni, ma a una guerra tra narrazioni che manifesta un sottostante conflitto sociale. Per questo, strumenti come il fact checking o il debunking(smascheramento) non hanno alcuna presa.

Se prendiamo atto che si tratta di sintomi di una profonda frustrazione generata dal senso di esclusione e alienazione dalla propria storia, ci rendiamo conto che quello che serve è invece una rilettura critica delle narrazioni dominanti nelle nostre società, che ne smascheri i limiti e le contraddizioni e soprattutto evidenzi quali sono i gruppi che ne restano ai margini, in modo da poter cominciare a costruire narrazioni autenticamente inclusive.

Inclusione, partecipazione, pari opportunità di protagonismo, spirito critico e autocritico sono da sempre nel DNA della democrazia. Quello che torniamo a scoprire è che la medicina migliore per curare la nostra democrazia malata è tornare ai suoi autentici fondamenti.

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